Il futuro di Seat non è mai sembrato così in bilico. Cent’anni di storia automobilistica non bastano a garantire l’immortalità, e il marchio spagnolo lo sta scoprendo nel modo più duro. Il Gruppo di Wolfsburg ha messo sul tavolo cifre che fanno tremare i polsi, e in questo scenario Volkswagen sta rivedendo priorità e strategie con una freddezza che non lascia molto spazio ai sentimentalismi.
Si è parlato di 100.000 posti di lavoro a rischio, di metà dei modelli in produzione destinati a sparire, di tre quarti delle varianti da eliminare. In pratica si va verso una vera e propria demolizione. E in mezzo a tutto questo, un documento interno definisce il futuro di Seat semplicemente incerto. Quando un’azienda usa quella parola per descrivere se stessa in un report riservato, il messaggio è abbastanza chiaro.
Un marchio che scivola sullo sfondo
Il ridimensionamento è cominciato da un po’, per la precisione da quando Cupra è stata scorporata come brand autonomo. La mossa ha lasciato la casa madre con una gamma invecchiata e un ruolo strategico sempre più difficile da giustificare. Niente elettrici in arrivo, modelli ormai datati, volumi in calo. Cupra intanto cresce, conquista mercati, si costruisce un’identità precisa. Seat, nel frattempo, diventa poco più che lo sfondo. Il prossimo passo logico, cioè l’eliminazione del marchio, per ora resta una voce di corridoio, possibile ma non probabile. Eppure i documenti interni non lasciano spazio a grandi ottimismi.
La nuova regola: guadagnarsi il posto ogni anno
Il principio guida dell’intero gruppo è ormai chiaro come il sole: concentrarsi sui bestseller e tagliare la nicchia. Addio a SUV coupé, sportback sofisticati, derivati che vendevano tre unità al mese in Lussemburgo. Audi sembra resistere con una vera coupé ancora in sviluppo, ma dovrà comunque rinunciare a una fetta consistente del proprio catalogo. Skoda se la cava meglio di tutti, con una gamma già snella, conti in ordine e nessuna identità di lusso gonfiata da difendere. Poi c’è Porsche, che dovrà ridurre le varianti in modo significativo. Per chi conosce il catalogo della 911, con le sue declinazioni che sembrano non finire mai, si tratta di un segnale quasi rivoluzionario.
Quello che emerge non è soltanto una crisi industriale. È una vera ridefinizione di cosa voglia dire avere un marchio dentro il portfolio di un grande gruppo. Essere presenti non basta più. Bisogna guadagnarsi il posto ogni anno, ogni modello, ogni variante. E Seat, a quanto pare, non ci è riuscita benissimo.
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Immagine: motorisumotori.it
