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Yamaha VMAX, la muscle bike giapponese con l’anima americana

La Yamaha VMAX è una di quelle moto che non passano inosservate, mai. Nata nel cuore degli anni Ottanta da un immaginario tutto americano, si è imposta con forme muscolose, un enorme V4 e un'accelerazione che levava il fiato. Una moto pensata soprattutto per divorare i rettilinei, e destinata a...

Dario Di Dario 4 min di lettura

La Yamaha VMAX è una di quelle moto che non passano inosservate, mai. Nata nel cuore degli anni Ottanta da un immaginario tutto americano, si è imposta con forme muscolose, un enorme V4 e un’accelerazione che levava il fiato. Una moto pensata soprattutto per divorare i rettilinei, e destinata a diventare una delle Yamaha più classiche di sempre. Il suo debutto risale al 1985, quando si presentò al mondo come una cruiser di grossa cilindrata rivolta a chi era affascinato da potenza, velocità e forme esagerate.

Il terreno più fertile, in questo senso, erano gli Stati Uniti. Del resto Yamaha aveva già raccolto un bel successo laggiù con la XS650 Special del 1978. Per dare vita a una nuova generazione di moto pensate per il pubblico americano, i designer di GK Design si tuffarono nell’immaginario d’oltreoceano. Studiarono le muscle car con i loro motori V8, le gare di accelerazione sul quarto di miglio e persino le linee dei jet da combattimento. L’obiettivo era chiaro, creare una moto riconoscibile a colpo d’occhio. E ci riuscirono, giocando sul contrasto tra volumi abbondanti e una parte centrale più stretta. Ma non era solo questione di estetica.

Il segreto del V-Boost e la spinta sul rettilineo

Il cuore della prima VMAX era un V4 da 1.198 cm3, raffreddato a liquido, con distribuzione DOHC e quattro valvole per cilindro. A renderlo davvero speciale però era il sistema V-Boost, pensato per aumentare la portata d’aria agli alti regimi. I quattro carburatori erano collegati a coppie tramite i condotti di aspirazione. Intorno ai 5.750 giri al minuto il sistema cominciava ad aprire le valvole che mettevano in comunicazione i condotti tra i cilindri, fino alla completa apertura verso gli 8.000 giri. Così ogni cilindro poteva sfruttare anche il carburatore del cilindro accoppiato, aumentando la miscela disponibile.

In pratica il carburatore passava da singolo a doppio. Niente turbo, niente compressore, era un sistema di aspirazione naturale capace di regalare una spinta vigorosa nella parte alta del contagiri. Yamaha stimava un incremento della potenza massima intorno al 10% rispetto alla configurazione senza V-Boost. Una vera goduria sulle lunghissime highway americane. Sul mercato europeo, arrivato nel 1986, però il V-Boost non c’era. Le normative sull’inquinamento e sul rumore dell’epoca limitavano decibel ed emissioni, e in paesi come la Francia la potenza delle moto era tetto a 100 CV. Yamaha scelse quindi di uniformare la versione europea.

Nata per il drag racing, tra ciclistica e vent’anni di successo

La VMAX, come detto, era stata concepita prima di tutto per andare forte sul dritto. Il suo carattere veniva direttamente dall’esperienza del drag racing, e diversi dettagli tecnici e stilistici lo confermavano. Lo pneumatico posteriore era largo, la carrozzeria piena di superfici bombate. Il grosso volume sotto al finto serbatoio ospitava l’airbox, mentre il vero serbatoio del carburante si trovava sotto la sella. Inconfondibili le prese d’aria laterali che, pur avendo soprattutto una funzione estetica, rendevano ancora più evidente il richiamo al grande V4. Anche la strumentazione era fuori dal comune, con il tachimetro davanti al pilota e contagiri e spie nella zona superiore, all’altezza del finto serbatoio.

La ciclistica seguiva la stessa filosofia. Telaio a doppia culla, forcella telescopica anteriore con steli da 40 mm e forcellone posteriore con due ammortizzatori laterali. L’escursione dichiarata era di circa 140 mm davanti e 100 mm dietro. All’anteriore due dischi da 282 mm con pinze a due pistoncini, al posteriore un disco singolo sempre da 282 mm. Con un passo di 1.590 mm, ruota anteriore da 18 pollici e posteriore da 15 con pneumatico da 150/90, il peso a secco era intorno ai 254 kg. Sul rettilineo la VMAX era impressionante, stabile, con quell’accelerazione che restava il suo punto di forza. In curva, invece, peso e dimensioni si facevano sentire. La precisione non era il suo forte, si cercava di recuperare sul dritto quello che si perdeva tra le pieghe. Non un difetto, ma una caratteristica coerente con il prog

Fonte
Immagine: insella.it

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