Difficile parlare di rally senza citare la Lancia Rally 037, una vettura che ha saputo scrivere pagine importanti della storia dell’automobilismo sportivo in un momento delicato, quando la trazione integrale stava iniziando a cambiare le regole del gioco nelle prove speciali. E proprio qui sta il bello, perché questa torinese riuscì a brillare puntando ancora sulle due ruote motrici, andando controcorrente rispetto a tutti. A lei è dedicato un video recente del Petersen Automotive Museum, uno di quei luoghi dove si custodiscono veri tesori a quattro ruote. Un omaggio che riporta sotto i riflettori un mito che, a oltre 44 anni dalla nascita, continua a far battere il cuore agli appassionati.
La Lancia Rally 037 nacque nell’ambito del Gruppo B, quella categoria sportiva il cui regolamento apriva le porte a livelli di innovazione mai visti prima. I costruttori chiesero ai propri ingegneri di spingere sulle tecnologie di frontiera e il risultato furono bolidi esotici, potentissimi e leggerissimi, capaci di aggredire i tracciati con una grinta fuori dal comune. In quel contesto Audi scelse subito la strada delle quattro ruote motrici, mentre Lancia decise di dare ancora fiducia alla trazione posteriore. Una scommessa che, contro ogni previsione, seppe dire la sua soprattutto lontano dagli sterrati.
Un progetto nato dalla Beta Montecarlo
Il video del Petersen parte dall’esemplare esposto nella Legends of the Dirt Gallery per raccontare ingegneria, storia ed eredità della vettura. Si va dal telaio tubolare leggero fino al motore sovralimentato da 2 litri, passando per l’indimenticabile trionfo nel Campionato del Mondo Rally del 1983. Quella Lancia fu l’ultima auto a due ruote motrici a conquistare il titolo iridato, un dettaglio che da solo basta a farne un punto di riferimento culturale ed emotivo per chi ama le corse. Svelata al pubblico nel 1982 al Salone dell’Auto di Torino, la vettura ebbe come base di lavoro la Beta Montecarlo, la cui cellula centrale è persino richiamata nel codice del progetto.
Come imponeva il regolamento del Gruppo B, servivano almeno 200 esemplari stradali per omologare la versione da gara e Lancia rispettò il numero richiesto. La struttura portante era un telaio misto, monoscocca e tubolare, con carrozzeria in poliestere e rinforzi in vetroresina. Robustezza notevole, forme snelle e sportive, e quel vistoso spoiler posteriore ampiamente dimensionato che, insieme all’ampio lunotto e alle luci circolari, rende il cofano motore uno degli elementi più riconoscibili.
Cuore pulsante e successi in gara
Sotto quel cofano batteva un quattro cilindri in linea a 16 valvole, 2 litri di cilindrata, sovralimentato dal celebre compressore a lobi Volumex. Una soluzione voluta dall’ingegnere Lampredi per la sua prontezza ai bassi regimi. Nella versione stradale la potenza si fermava a 205 cavalli, mentre in configurazione da gara i numeri salivano fino a 260 cavalli su appena 960 chilogrammi di peso. Gli sviluppi successivi portarono la Lancia Rally 037 a toccare, a fine carriera agonistica nel 1985, la bellezza di 350 cavalli.
Il palmarès parla chiaro. Nel 1983 la casa torinese si assicurò il titolo mondiale costruttori, e tra i successi più brillanti resta impresso quello firmato da Walter Röhrl al Rally di Monte Carlo del 1983, ottenuto nonostante l’agguerrita concorrenza delle nuove Audi Quattro a trazione integrale. Poi la storia prese un’altra piega, perché le vetture a due ruote motrici iniziarono ad arrancare rispetto a quelle a quattro ruote motrici, più efficaci nella maggior parte dei contesti agonistici. Meno coinvolgente della Stratos sul piano estetico e sonoro, questa creatura aveva comunque carisma da vendere, e l’esemplare protagonista delle riprese resta oggi in mostra proprio nella Legends of the Dirt Gallery del Petersen Automotive Museum.
Fonte
Immagine: clubalfa.it
