Il Salone dell’Auto di Torino apre i battenti l’11 settembre con la sua decima edizione, ma l’atmosfera che si respira nella giornata inaugurale dentro il Teatro Regio è tutt’altro che rilassata. Da una parte le auto in mostra, le anteprime, le aree emozionali nei giardini. Dall’altra un mondo dell’automotive che non nasconde le proprie preoccupazioni. Il presidente Andrea Levy ha aperto con un tono ottimista, ricordando il percorso partito nel 2015 al Parco Valentino: quest’anno ci sono 47 case auto, 37 anteprime nazionali, 200 modelli. Una ricchezza tecnologica che, secondo lui, racconta di una neutralità tecnologica finalmente raggiunta.
Peccato che questo ottimismo non abbia trovato molti compagni al tavolo di apertura, dedicato proprio alla sostenibilità del sistema automotive e moderato dal giornalista Pierluigi Bonora. Il messaggio che è arrivato dagli speaker suona più come un campanello d’allarme che come una celebrazione.
Le richieste di chi lavora nel settore
Il presidente di Anfia Roberto Vavassori ha messo sul tavolo tre punti precisi. Fermare quella che chiama la bulimia regolatoria, almeno per tre anni, visto che si tratta di norme spesso scollegate dalla realtà e persino l’una dall’altra. Prendere tempo con i cinesi, che pur meritando rispetto ora fanno davvero paura, chiedendo più reciprocità e uno stop alle importazioni. E infine tornare a innovare, perché l’Europa ha già perso il fotovoltaico, i telefonini e tante altre partite. La soluzione, secondo lui, esiste già ed è il rapporto Draghi.
Sulla stessa linea Andrea Tronzano, assessore regionale del Piemonte, che insiste sul concetto di unità: le quattro regioni del Nord più l’Emilia Romagna si sono presentate compatte in Europa per difendere un distretto d’eccellenza. Serve combattere, dice, ma abbandonando le ideologie da tutte le parti.
I numeri li ha portati Guido Bolatto, segretario generale della camera di commercio di Torino. Il solo Piemonte vale 19,8 miliardi di euro di fatturato, il 35,8% del totale nazionale del settore, ma con un calo del 6% rispetto all’anno precedente. Mettendo insieme le altre regioni si supera l’80% del fatturato nazionale. In gioco ci sono 717 aziende e quasi 60 mila addetti. La preoccupazione è tanta, e si sta tentando la strada della diversificazione verso aerospazio e datacenter, anche se le certificazioni rendono tutto complicato.
Tra invasione cinese e margini risicati
Il direttore generale di Unrae Andrea Cardinali ha denunciato un regime di incertezza regolatoria che va avanti da due anni, con la speranza che qualcosa si decida entro fine anno. Sulla presenza cinese ha scelto un tono diverso dagli altri: Unrae ha sempre accolto tutti, prima i giapponesi, poi i coreani e ora i cinesi. La concorrenza va bene, dice, a patto che si continui a innovare.
Nettissimo invece Plinio Vanini, vicepresidente di Federauto e numero uno di Autotorino. La sua critica va allo Stato che non dimagrisce ma chiede agli altri di farlo. La sostenibilità, ripete anche lui, non è solo ambientale ma riguarda le comunità. E sui margini della distribuzione i numeri fanno riflettere: quest’anno oscilleranno tra lo 0,9 e l’1,1%. Scelte simili, ricorda, hanno già fatto fallire un colosso in Germania con 80 filiali e 2 mila dipendenti. Un incentivo statale da 11 mila euro una tantum lo definisce osceno come strumento di rilancio.
Vanini prosegue anche la sua battaglia contro le case che riservano condizioni molto più favorevoli alle società di noleggio a lungo termine rispetto ai concessionari. La richiesta è semplice: stesse condizioni, perché sono i concessionari a investire nel brand e negli spazi. E vanno tagliate tutte quelle attività che non portano redditività, a partire dalla consulenza gratuita offerta ai clienti che ritirano auto prese a noleggio.
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Immagine: fleetmagazine.com
