Capire lo spazio di frenata vuol dire capire qualcosa di molto concreto sulla sicurezza al volante. Parliamo della distanza, misurata in metri, che una vettura percorre dal momento esatto in cui il piede schiaccia il pedale del freno fino a quando le ruote si fermano del tutto. Attenzione però a non fare confusione con la distanza di sicurezza, che è un’altra cosa. Quest’ultima somma allo spazio di frenata anche il tratto percorso durante il tempo di reazione, cioè quei decimi di secondo che passano tra il momento in cui si percepisce il pericolo e quello in cui il piede preme davvero sul freno.
Lo spazio di frenata di un’auto, ma vale lo stesso per un camion o una moto, si può stimare in due modi. C’è la strada teorica, con una formula matematica, e c’è quella pratica, con i rilevamenti strumentali. La formula più usata è quella del moto uniformemente decelerato, che restituisce una stima di massima. Nella realtà, però, entrano in gioco tantissime variabili. Il peso che grava sulle ruote, le condizioni dei pneumatici, lo stato dell’asfalto, il meteo e persino le capacità di chi guida quando manca l’ABS.
Perché lo spazio di frenata quadruplica e non raddoppia
Qui c’è un errore che quasi tutti commettono. Si tende a pensare che raddoppiando la velocità raddoppi anche lo spazio necessario per fermarsi. Sbagliato. Lo spazio di frenata aumenta con il quadrato della velocità, perché i freni devono smaltire tutta l’energia cinetica accumulata dal veicolo. Il risultato è netto. Passando da 50 km/h a 100 km/h lo spazio non raddoppia, ma diventa quattro volte più grande. E se si triplica la velocità arrivando a 150 km/h, la distanza per fermarsi diventa addirittura nove volte superiore.
I fattori in ballo sono diversi. La velocità, prima di tutto. Poi le condizioni stradali, perché su fondo bagnato o ghiacciato tutto si allunga parecchio. Conta anche il tipo di veicolo, dato che mezzi pesanti come camion e autobus hanno bisogno di più spazio. E non vanno dimenticati freni e gomme. Pneumatici sgonfi o con battistrada sotto i 3 mm sul bagnato peggiorano tutto e aumentano il rischio di aquaplaning. Gli ammortizzatori scarichi fanno danni, fanno saltellare le ruote in staccata e possono allungare la frenata anche del 15-20 per cento. Sulle auto più recenti interviene la frenata automatica d’emergenza, l’AEB, che aziona i freni alla massima pressione quando il sistema rileva un ostacolo e nessuna reazione da parte di chi guida.
La formula e un esempio pratico a 130 km/h
La formula per il calcolo dice che lo spazio di frenata è uguale alla velocità al quadrato diviso il doppio del prodotto tra coefficiente di attrito e accelerazione di gravità. La velocità va espressa in metri al secondo, l’accelerazione di gravità vale 9,81 metri al secondo quadrato, mentre il coefficiente di attrito cambia a seconda di asfalto e gomme. Su asciutto si aggira intorno a 0,7, sul bagnato scende a 0,4.
Facciamo un conto concreto. Un’auto lanciata a 130 km/h, in condizioni ideali con strada asciutta, freni e pneumatici in ordine. La decelerazione media di una vettura in buono stato è di circa 7-9 m/s². Usando un valore medio di 8 m/s², il risultato è di circa 81,4 metri. Tanti, se ci si pensa. Ottantuno metri prima di riuscire a fermarsi del tutto, e questo solo dal momento in cui l’impianto frenante entra in azione. Il coefficiente di attrito resta il grande protagonista nascosto. Dato che la distanza è inversamente proporzionale a questo valore, se l’aderenza si dimezza lo spazio di frenata raddoppia di colpo.
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Immagine: newsauto.it
