La fibra di carbonio nel mondo custom racconta una storia curiosa, fatta di splendori e di lente sparizioni. C’è stato un periodo, grosso modo tra la fine degli anni Duemila e i primi anni Dieci, in cui questo materiale ha smesso di essere roba esclusiva del racing per approdare nei laboratori dei preparatori. Non solo per motivi tecnici, badate bene, ma soprattutto per una questione di stile. Serbatoi, codini, cupolini: quella trama nera diventava la firma di chi voleva dire, senza troppi giri di parole, che la moto non era pensata per stare ferma in vetrina.
Oggi se ne vede parecchia di meno. I costi di produzione restano tutt’altro che democratici e i budget di chi commissiona una special sono diventati più prudenti. Laminare un pannello e rifinirlo a specchio richiede ore di lavoro specializzato, e scorciatoie non ne esistono. Eppure il fascino resiste, come dimostrano cinque moto che, in epoche diverse, hanno scelto il carbonio non come optional ma come cuore del progetto.
Dalle Ducati alla BMW, quando il carbonio detta legge
La Ducati 900SS firmata Purpose Built Moto arriva dall’Australia, dalla bottega di Gold Coast, e parte da una base del 1984 già ben curata dal proprietario. Motore rigenerato, cerchi da 18 pollici a raggi inox e una sovrastruttura tutta in carbonio, realizzata da uno specialista Ducati ormai ritiratosi. Tra gli ultimi kit usciti dalle sue mani, tra l’altro. Il team ha completato il lavoro con uno scarico 2 in 2 artigianale, un parafango ricavato da una calotta Harley e un cupolino nella stessa fibra per nascondere il contagiri. Il risultato è essenziale fino all’osso: telaio rosso vivo, meccanica in metallo spazzolato e una carenatura parecchio attillata.
La francese BMW R100 GoldenEye di Jerem Motorcycles mostra invece quanto in profondità il carbonio possa spingersi. Commissionata da Quarkus Automobiles su base R100RT del 1982, ha cupolino, serbatoio, codino e pancia motore in fibra, così come il forcellone ripreso da una R nineT. Il pezzo più sorprendente si nasconde nel retrotreno: al posto dell’ammortizzatore tradizionale, un pacco di balestre in carbonio sviluppato con Motion Engineering, in un layout più vicino a una vettura da corsa che a una boxer. Le pin-stripe dorate sulla trama nera hanno regalato alla moto il soprannome che porta.
Harley e Ducati, tra misura e lusso puro
Diverso il discorso per la Harley Sportster Slate Hammer di Rough Crafts, firmata a Taiwan da Winston Yeh nel 2015. Qui la fibra convive con acciaio e alluminio lavorati a mano, senza dominare la scena. Il cupolino replica Dunstall è in vetroresina, il serbatoio è una lamiera scolpita da zero e il codino, svuotato, punta sulla leggerezza visiva più che sul risparmio reale di peso. Insomma, anche nell’epoca d’oro della fibra, per molti costruttori il carbonio restava una variabile tra le altre.
Se invece serve un manifesto del carbonio come sovrastruttura integrale, eccola: la dB25 di deBolex Engineering, dal Regno Unito, serie limitata a 25 esemplari su base Ducati Monster 1200. Il prototipo numero uno è stato sagomato a mano in alluminio, e da quello stampo sono nati 21 pannelli che rivestono gli altri 24 esemplari, ciascuno laminato su misura per il cliente. Sotto la carena in stile retro racer si nascondono un forcellone in CNC, un serbatoio in polimero e oltre cento componenti dedicati. Il prezzo di partenza, circa 44.000 euro, spiega da solo perché la fibra lavorata a mano resti un lusso per pochi.
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Immagine: insella.it
