Dopo undici anni di onorata carriera, Fiat Tipo saluta tutti e lascia il palcoscenico. Un addio che pesa, perché parliamo dell’auto media italiana per eccellenza, quella che ha accompagnato famiglie, tassisti, flotte aziendali e perfino i carabinieri lungo le strade di mezza penisola. Un modello che ha saputo farsi amare prima nella sua versione storica, quella tra il 1988 e il 1995, e poi nella reincarnazione moderna arrivata nel 2015. Ma siamo davvero sicuri di conoscerla come crediamo?
La verità è che dietro questa compatta così concreta e senza troppi fronzoli si nascondono alcune storie che in pochi conoscono. Vale la pena raccontarle, adesso che il sipario sta per calare definitivamente.
Un successo costruito sulla concretezza
Pensata fin dall’inizio come una vettura pratica ed economica, Fiat Tipo ha fatto della sostanza il suo biglietto da visita. Motori affidabili, come i diesel Multijet, tanto spazio a bordo e un prezzo accessibile. Una ricetta semplice ma vincente, che l’ha portata regolarmente dentro la Top 3 o la Top 5 delle auto più vendute in Italia durante i suoi anni migliori.
Non è rimasta però solo una faccenda italiana. Nel giro di poco tempo è diventata una vettura esportata in giro per il mondo, un vero pilastro commerciale capace di parlare lingue diverse. Eppure, nonostante la familiarità con cui la guardiamo, resta parecchio da scoprire.
Nata per la Turchia, non per l’Italia
Ecco il colpo di scena che spiazza di più. In origine Fiat Tipo non doveva nemmeno arrivare da noi. Il progetto si chiamava Ægea, con il codice interno Tipo 356, e il piano prevedeva la vendita in Turchia e in altre 40 nazioni cosiddette emergenti, tra cui Messico e diversi paesi del Medio Oriente. L’Italia e i grandi mercati europei, insomma, non erano nemmeno nel mirino.
A costruirla ci pensava Tofas, la storica Fabbrica Turca di Automobili, nello stabilimento di Bursa. La presentazione ufficiale avvenne al Salone dell’Auto di Istanbul del 2015. E quel nome, Ægea, non era casuale, richiamava il Mar Egeo, una specie di ponte simbolico tra Occidente e Oriente.
A cambiare le carte in tavola fu Alfredo Altavilla, all’epoca numero due di FCA. Intuì subito il potenziale della vettura e decise di allargarne il raggio d’azione, trasformandola nell’erede della Bravo. Dalla sola berlina iniziale si passò così alle versioni due volumi e station wagon, aprendo le porte dei mercati europei.
Resta un dettaglio curioso sul nome. In Turchia l’auto si chiama ancora oggi Fiat Egea. In Italia e nel resto d’Europa, invece, il gruppo scelse di recuperare un nome del passato carico di significato, lanciandola come Fiat Tipo per sfruttare quella forte identità storica che il pubblico conosceva già. E a quanto pare non è nemmeno l’unico nome con cui questa vettura viene identificata in giro per il mondo.
Fonte
Immagine: fleetmagazine.com
