Sul nucleare le posizioni non sono mai state così divise, anche tra chi lavora fianco a fianco. E capita che qualcuno, dopo anni passati a dire di no, si ritrovi a fare i conti con un ripensamento sincero. È il caso di Andrea Prandi, tra i co-fondatori di Vaielettrico, che ha deciso di raccontare senza filtri come e perché ha cambiato idea. Uno che di energia se ne intende, avendo passato ben 12 anni come dirigente della comunicazione del gruppo EDF, il colosso francese dell’elettricità.
Il punto di partenza, curioso, è che proprio quell’esperienza dall’interno lo aveva convinto ancora di più a votare due volte contro. Conoscendo da vicino i conti di EDF, si era fatto un’idea precisa: una centrale nucleare chiede investimenti enormi, tempi biblici e una solidità finanziaria che pochissimi operatori possono permettersi. Mantenere in esercizio un grande parco costa tantissimo. E non è solo una sua impressione. La stessa International Energy Agency mette nero su bianco capitale, complessità tecnica, ritardi e sovraccosti tra i principali ostacoli allo sviluppo di nuovi reattori nei Paesi avanzati.
La lezione francese, tra Grand Carénage e Flamanville
La Francia resta l’esempio più eloquente. Nel 2023 lo Stato è tornato a detenere il 100% di EDF, ritirando il gruppo dalla Borsa, mentre il parco esistente continua a divorare risorse. La seconda fase del programma Grand Carénage, dedicata al rinnovo degli impianti e al prolungamento della loro vita operativa, vale oltre 36 miliardi di euro tra il 2022 e il 2028. Tradotto: i cittadini francesi hanno pagato meno l’energia, ma poi si sono dovuti ricomprare un’azienda che da sola non stava in piedi.
Poi c’è il capitolo Flamanville, che racconta tutto da solo. Quasi vent’anni fa il nuovo reattore EPR veniva presentato come il futuro del nucleare europeo. Cantiere aperto nel 2007, entrata in funzione prevista per il 2012. Il primo collegamento alla rete è arrivato il 21 dicembre 2024, la piena potenza soltanto nel dicembre 2025. La Corte dei conti francese ha stimato il costo complessivo, oneri finanziari inclusi, in 23,7 miliardi di euro. Errori progettuali, difetti di fabbricazione, problemi di cantiere, perdita di competenze nella filiera. E in mezzo, nel 2011, il disastro di Fukushima, che ha spinto la Francia a introdurre ulteriori prescrizioni di sicurezza.
Perché il cambio di rotta: è una questione di tempo
Con tutte queste premesse, viene naturale chiedersi cosa abbia fatto cambiare idea a Prandi. Di sicuro non la promessa di bollette più leggere. Su quel fronte, dice, il nucleare non risolverà il problema italiano e serve fare altro: accelerare le reti, sbloccare le autorizzazioni per le rinnovabili, aumentare gli accumuli, elettrificare i consumi. La Commissione europea individua proprio nella dipendenza italiana dal gas una delle ragioni strutturali dei prezzi alti dell’elettricità. E Terna prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti nella rete entro il 2034.
Il vero motivo è un altro, e sta tutto in una parola: fretta. Le emissioni vanno tagliate molto più rapidamente. Le rinnovabili devono crescere insieme a reti e accumuli, ma in un sistema che deve liberarsi dalle fonti fossili anche il nucleare può giocare la sua parte. È una fonte programmabile e a basse emissioni, capace di affiancare una produzione rinnovabile destinata a diventare dominante. La stessa International Energy Agency la considera una delle tecnologie utili per costruire sistemi elettrici puliti. Costi, tempi e difficoltà industriali continuano a preoccupare, ammette Prandi, ma oggi pesa di più il tempo che resta per uscire dai combustibili fossili. Per questo, dice, il nucleare deve tornare nella discussione sul futuro energetico italiano. E per questo, sì, si è pentito di quei due no.
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Immagine: vaielettrico.it
